Tratto da “LE FACCE DEL PALLONE”

”BENVENUTO IN AFRICA!”

(stralci)

“La gente del Ghana si aspettava molto da me ed io l’ho delusa. Un allenatore di calcio italiano è per loro una grande speranza. Ed io sono andato via dopo poche settimane. Mi porto dentro questo peso e il ricordo di quei giorni. Mi porto dentro…”

“Da Accra a Kumasi, città della squadra che devo allenare, le strade sono dissestate. Sto in macchina con l’autista e tre dirigenti della società. Corriamo. Troppo. Ci sono profonde buche…”

“Bastano una maglietta di cotone, un pantaloncino corto e un paio di sandali per essere vestiti. E liberi. Qui, in mezzo a questa gente, ogni minuto che passa si fa sempre più lontana, fino a scomparire, la stupida esigenza di tutti quei futili simboli del benessere apparente…”

“Le tribune hanno palchetti in legno con comode poltroncine dove prendono posto le autorità vestite con i tipici abiti africani delle grandi occasioni… Al termine dell’incontro faccio fatica a scendere dal palchetto per raggiungere la macchina. I tifosi mi circondano, mi vogliono toccare, mi chiamano già per nome o ”cocicu”, coach. Deve intervenire la sicurezza…”

“Pian piano comincio a conoscere questa gente. Sto imparando a comprenderne i sentimenti, le usanze, la cultura morale. Tradizioni e credenze fanno parte del patrimonio spirituale, di gloriosi retaggi tramandati nel tempo. Accolgo istintivamente lo strano legame con tutto ciò che riguarda la magia, o verità superiori alla ragione. I presagi, le cerimonie tribali, le leggende, le stregonerie sono parte della loro storia e hanno profonde radici nella memoria e nella semplicità di vita…”

“Stanno lì ad ascoltare a bocca aperta l’interprete che traduce quel po’ di tattica che cerco di insegnare. Ma c’è di più. Spesso è necessaria una doppia traduzione ed un ulteriore interprete per i ragazzi che parlano solo la lingua della zona di provenienza…”

“C’è sempre una gran folla al campo di allenamento. Non ci sono spogliatoi, né recinzione. Non c’è nulla, soltanto gente, tanta gente e quel pezzo di terra senza linee bianche a delimitare gli spazi di gioco...”

“Dobbiamo giocare a Obuasi, città di miniere d'oro e di diamanti gestite dai bianchi. Ma i ghanesi che lavorano lì vivono in povertà… Il viaggio è avventuroso…”

“Ad Obuasi alloggiamo tutti in un hotel, così almeno lo chiamano. La porta della mia camera da letto non si chiude… Mi fanno compagnia il conducente del pulmino, il fisioterapista e Thomas, l’interprete. Loro si stendono a terra, su una stuoia, nel salottino. E dormono così...”

“Pregano tutti insieme, anche se di diverse religioni. Alcuni sono cristiani, altri islamici, ed altri ancora praticano culti tradizionali indigeni. Pregano spesso i miei ragazzi. Anche al campo di allenamento. Si abbracciano in cerchio e pregano. E’ bello vederli così…”

“Fuori e dentro lo stadio c’è confusione... Non riesco a capire cosa stia succedendo. Resto in macchina, non mi fanno scendere. Nessuno mi dà spiegazioni. I ragazzi restano nel pulmino. Non li fanno scendere. Chiusi lì, con tutto quel caldo, si cambiano per indossare la tenuta da gioco. Riescono a scendere ma, per la massa di gente, non possono oltrepassare la porticina che immette al campo. Qualcuno ha l’idea di lanciarli dentro, facendoli passare sulle teste dei tifosi…”

“Le giornate africane hanno inizio all’alba. La sveglia è alle cinque. Mezz’ora dopo salgo in macchina con autista e interprete e ci avviamo al campo… Al termine dell’allenamento, ogni volta, entrare in macchina è una tribolazione. L’autista non la parcheggia mai sotto gli alberi, al riparo dal sole, così diventa un forno di lamiere. Lui non ci bada, è abituato a certe temperature…”

“Non esistono locali, bar, luoghi ricreativi. C’è poco da vedere, soltanto tanta dignitosa povertà e rassegnata speranza. Giro per i villaggi. Le case sono baracche di lamiere arrugginite o minuscole costruzioni di terra e paglia…”